Puccini e la fotografia: l’immagine come spunto creativo.

Come concepisce la scena Puccini? La seconda tappa che racconta regia, spazio e azione.

Giacomo Puccini fu anche un attento osservatore del mondo, capace di trasportare sulla scena teatrale un’idea moderna di realismo. Il suo desiderio di verosimiglianza, la precisione con cui costruiva l’ambiente delle sue opere, e la sua passione per la fotografia rivelano una vocazione meno nota ma sorprendente. Puccini non si limitava a osservare fotografie: le scattava. E lo faceva con una cura estetica che ne rivela l’occhio artistico. Prediligeva il paesaggio naturale, in particolare il lago di Massaciuccoli, i formati panoramici — tecnicamente complessi da eseguire — e si divertiva a inserire la propria ombra o silhouette nelle immagini, come una firma discreta ma personale. Ad esempio, in uno scatto emblematico realizzato a Chiatri, il soggetto è “inesistente”: c’è solo un viottolo, e la presenza di Puccini è segnalata unicamente dalla sua ombra.

Durante i suoi viaggi non immortalava luoghi di interesse turistico: nel 1908 andò in Egitto, piuttosto che fotografare gli scavi preferì rivolgere l’attenzione ai villaggi poveri che si trovavano accanto; a New York fotografò il ponte con angolazione inconsueta, ovvero laterale. In una lettera del 1907 dalla nave che lo portava in America, scriveva con entusiasmo dei lussi a bordo, ma nelle sue fotografie ritraeva solo l’oceano: un’estetica personale, lontana dall’ovvio.

In alcuni casi emerge con evidenza l’intento del reportage e si nota la consapevolezza del valore espressivo ed estetico del mezzo, che diventò anche utile strumento di suggestione e di indicazione scenografica. Infatti, la personalissima visione fotografica, che il compositore costruiva, permeava anche la sua scrittura teatrale. Il caso più noto è quello di La Fanciulla del West, la cui ambientazione visiva nacque direttamente da una foto della villa di Puccini all’Abetone, che il compositore inviò all’editore Ricordi come «scena perfetta» per l’opera. Il bozzetto scenografico finale ne fu una riproduzione quasi esatta. Lontano dall’essere un semplice hobby, la fotografia fu per Puccini un motore creativo. Ne è esempio una lettera a Giulio Ricordi datata 13 luglio 1894, che il compositore scrive al ritorno da un viaggio in Sicilia dove si era recato per il progetto de La lupa: «In Sicilia non raccolsi niente di musicale, solo fotografai tipi, cascinali, tutte cose che le mostrerò a suo tempo». Il desiderio di fotografare volti, paesaggi, architetture non era fine a sé stesso: costituiva un archivio personale di suggestioni, che potevano tradursi — oggi o domani — in suoni, atmosfere e ambientazioni sceniche. 

Nelle fotodocumentazioni dell’Archivio Ricordi, le scenografie di Tosca sono costruite con tale precisione da sembrare immagini reali, a dimostrazione dell’intento: creare un’illusione di realtà riconoscibile dal pubblico. Non una verità storica assoluta, ma una credibilità scenica perfettamente in linea con la sensibilità visiva dell’epoca. Proprio in riferimento a Tosca è interessante il confronto con una lettera all'editore Giulio, in cui il compositore sottolinea la mancanza di accuratezza topografica di Sardou, il quale avrebbe voluto far scorrere il Tevere tra San Pietro e Castel Sant'Angelo, evocando delle «inesattezze storico-topo-panoramiche» che stridevano con la sua personale esigenza di verosimiglianza scenica.

Anche Puccini era legato all'estetica teatrale del realismo e del naturalismo, che alla fine del XIX secolo si dedicava sempre più all'illusione dell'autenticità storica e locale attraverso la precisione dei dettagli e la concretezza della scenografia, dei costumi e degli oggetti di scena. La fotografia e la grafica stampata sono diventate mezzi pubblicitari di accompagnamento del mercato operistico dominato dall'editoria, e la nuova esperienza percettiva della società di inizio del secolo, sempre più circondata da raffigurazioni fotorealistiche della realtà, si rifletteva anche nel tentativo di aumentare costantemente il grado di illusione
del palcoscenico verso la realtà e di perfezionarlo.

In  conclusione, Puccini può essere considerato un artista a tutto tondo, che ha saputo integrare musica, scena, luce, costumi e fotografia in un’unica visione teatrale. Ogni sua opera è una rappresentazione che aspira a essere reale senza mai perdere la poesia, lavorava con l’intento di costruire un mondo teatrale che fosse credibile, vivo, e — come una buona foto — destinato a durare nel tempo.

 

Giovanna De Simone

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